Saggi – IL DISCEPOLATO NELLA NUOVA ERA 5

saggio IL DISCEPOLATO NELLA NUOVA ERA - I SEI STADI DEL DISCEPOLATO

Stadio terzo:  IL DISCEPOLO ACCETTATO

 

        V’esorto a ricordare le modalità d’accostamento, che sono eventi reali, di vario grado e chiarezza negli stadi del sentiero: un sogno, un insegnamento simbolico, la forma-pensiero di un Maestro, un contatto diretto con Lui durante la meditazione, un colloquio nell’ashram interiore del Maestro.

I primi tre sono i più abituali per il discepolo in prova. Gli ultimi due sono sperimentati dal discepolo accettato. Essi hanno la loro controparte astrale, o psichica inferiore. Non sono in questo caso, solo nebbie e illusione, e non sono biasimevoli perché sono, in realtà, il seme o la premessa di future inevitabili esperienze nella Via.

Le forme—pensiero dei maestri si possono vedere, perchè esistono; molti ricevono insegnamenti simbolici sul piano astrale o nella condizione di sogno. Principianti ed inesperti tendono allora a sopravalutare l’esperienza e credere che denoti un alto sviluppo spirituale: vi si appoggiano, e scambiano quell’evento astrale per la realtà futura, oppure la rifiutano quale indesiderabile psichismo inferiore, dimenticando che quest’ultimo è tale soltanto, quando si difetta d’interpretazione e di pratica. È compito del discepolo accettato aiutare l’interpretazione, indicar la direzione e chiarire il significato dell’esperienza al neofito, se giustamente interpretati e spiegati, possono costituire una serie di rivelazioni graduali sulla via della luce; sono allora promesse di futura conoscenza e segnali di relativo conseguimento, ma non sono la realtà se sono focalizzati astralmente.

I discepoli devono ricordare che essi progrediscono mediante le risposte alle loro stesse domande. Il compito del Maestro non è di rispondere a domande alle quali, dedicandovi un pochino di tempo e di pensiero, il discepolo stesso può rispondere, ma è quello di suggerire o imprimere nella mente del discepolo il tipo di domanda che meriti il suo pensiero, e stimoli la mente astratta, finché egli trova la risposta. È molto impostante registrare l‘unità essenziale e di vincere la separatività esistente tra la personalità e l’anima, tra Maestro e discepolo, tra umanità e Gerarchia. I discepoli devono consapevolmente imparare ad evitare differenziazioni tra gli aspetti dell’ashram, interiore ed esteriore, e tra i pochi membri che conos­cono e i molti che sono loro sconosciuti.

Un ashram è un solo gruppo di discepoli, iniziati di vario grado e neofiti sulla via del discepolato. Non si deve pensare in termi­ni d’ashram diversi, ma dell’ashram come un’unità.

La chiave della realizzazione, per poco che ci pensiate, è la concentrazione. La concentrazione, o il lavorare da un punto di tensione provoca un afflusso montante di rivelazione, e un discepolo può allora imparare in un sol giorno ciò che altri­menti apprenderebbe in mesi e anni. La concentrazione quando gius­tamente focalizzata, è la gran liberatrice dell’energia. Molti discepoli la concentrano in modo errato e nella direzione sbagliata e (devo esprimermi in modo inadeguato) da un errato punto di focalizzazione. La giusta tensione deriva anzitutto dall’orientamento corretto, perciò occorre un vero senso dei valori e assenza di quelle piccole preoccupazioni che producono dispersione anziché concentrazione. Esempio, se siete preoccupati delle vostre preoccupazioni fisiche, non è possibile raggiungere la concentrazione che fa di voi un centro magnetico di potere e d’amore. Voi non dovete curarvi delle manchevolezze altrui o dei loro giudizi, se volete raggiungere la tensione che libera. Farete bene a ricercare le vostre “dispersioni” e quindi ritirarvi all’interno, verso il punto di tensione di cui coscientemente e realmen­te dirigere l’energia dell’anima.

La maggioranza dei discepoli non è efficiente neppure al 60 per cento perché il loro punto di tensione è disperso su tutta la personalità e non sono focalizzati come dovrebbero nel punto di tensione individuale. Ciascuno deve scoprire da se stesso quel punto dì tensione spirituale. La ragione per cui i discepoli non sono sensibili al maestro, alla vita dell’ashram e agli altri fratelli, è che sono dispersi, e non concentrati; lavorono e vivono alla periferia della coscienza e non al centro, il loro servizio è parziale, la consacrazione debole, sono vinti dall’inerzia, dalla mancanza d’interesse per gli al­tri e dalle molte preoccupazioni per l’aspetto—forma della vita.

Qual è la distinzione tra amore e volontà – di – amare? È una domanda costantemente formulata nei primi stadi del discepolato. È una domanda assai rivelatrice e deriva da un senso di necessità individuale, o di gruppo. È indice anche di una acuta analisi che ha condotto l’interrogante a conoscere la differenza tra la teoria — sforzo positivo — e la reale espres­sione dell’amore.

La volontà—di—amare implica: il riconoscimento della limita­zione, del desiderio, dell’imposizione di una soluzione e dell’intensa aspirazione ad amare realmente. Non è l’afflusso dell’ener­gia di Shamballa tramite l’anima, la cui intrinseca natura e amore spontaneo, se si vuole essere amorevoli, ne derivano certi atteggiamenti naturali e propri della personalità sviluppata, o imposti per osservanza del precetto dell’anima. Il discepolo sa che manca d’amore perché si vede isolato e non identificato con il prossimo, che lo irrita, critica i fratelli perché si sente superiore o li osserva e pensa: “ hanno torto e io ho ragione, qui non comprendono ed io si; io li conosco, ma loro non conos­cono me, devo avere pazienza con loro”, e via dicendo. Questo atteg­giamento e proprio della volontà d’amare, ed è causato dal netto riconoscimento degli ostacoli all’amore, creati dal prossimo e dalle proprie abitudini di pensiero. È una forma d’egocentrismo. La vera via dell’amore sta nel riflettere e meditare profondamente e sempre sul significato, sull’intento, sull’origine, sulle qualità, mete, obiettivi dell’amore, espresso dall’anima. In massima parte le riflessioni dell’aspirante si basano sul riconoscimento interiore di non amare realmente nel modo spon­taneo e libero dello spirito. Egli è perciò accentrato in se, e pensa: “Ora amo. Adesso no. Ora devo amare”. Ma nessuno di questi atteggiamenti è il vero amore, e non può essere espressione d’a­more, perché il discepolo si identifica con se stesso, ed e focalizzato nella personalità. L’amore non è :mosso, se così si può dire, dalla natura inferiore, è un libero afflusso dalle natura superiore.

Non insistete sulla volontà—d’amare, date invece risalto in coscienza, all’altrui bisogno di comprensione, compassione, inte­resse e soccorso. L’abituale solitudine del discepolo sovente dipende dal fatto che coloro chi incontra è accentrato in se ed egli stesso e preoccupato del proprio sviluppo. Il neofito grida: “Datemi, datemi, allora cambierò, accetterò qualsiasi cosa ma datemi. ” Il discepolo dice, invece: “Aiutate l’opera. Dimen­ticate voi stessi. Il mondo ha bisogno di voi”.

Lo stadio del discepolo accettato è come sapete, la stabiliz­zazione del contatto con il Maestro. È soprattutto e tecnicamente un Suo compito evocare la risposta diretta e la reazione coscien­te del discepolo, d’essere impersonale nei rapporti, sia con lui e i condiscepoli. È questo il primo passo verso l’amore e la comprensione spirituali. Lo sforzo di molti sinceri discepoli è generalmente teso ad amarsi scambievolmente e con ciò (secondo una vecchia similitudine) “pongono il carro davanti ai buoi”. Essi devono piuttosto ricercare l’impersonalità nei rapporti, l’assenza di critica  e far affluisce l’amore.

L’impersonalità dev’essere coltivata anche nel rapporto con il maestro. Egli non si occupa di dare soddisfazioni al gruppo, allo stato spirituale e del servizio dei discepoli. Egli (nei pochi e rari contatti con i discepoli) insiste soprattutto sui loro insuccessi e limitazioni. Egli offre un flus­so costante d’insegnamento e d’opportunità di servizio, cerca principalmente di aiutarli a staccarsi dall’aspetto forma, per condurli a certe grandi espansioni di coscienza. Egli riconosce la natura effettiva della loro dedizione e il desiderio di servire. Lo demonstrate accogliendoli nel gruppo. Con ciò si assume anche la responsabilità di prepararli all’iniziazione. il Maestro si congratularsi per il lavoro ed il progresso. È invece suo compito osservare da vicino la loro vibrazione e indicare dove operare cambiamenti d’atteggiamento e d’espressione, dove intensificare la vita spirituale e dove occorrono aggiustamenti della personalità che possono condurre a grandi liberazioni e perciò ad un servizio più efficiente. Se questo procedimento suscita risentimento e disappunto in essi, -e segno che sono ancora immersi nelle reazioni delle personalità.

Talvolta i discepoli si scoraggiano (per atteggiamenti errati, egoismo, inerzia e talora per buone intenzioni) e vogliono dimettersi dall’ashram o dal gruppo. Ciò è possibile soltanto exotericamente, poiché il vincolo esoterico persiste, anche se essi temporaneamente ne sono esclusi per la necessità del gruppo maggiore per proteggersi da qualche suo membro. I membri dell’ash­ram e i discepoli accettati sono sempre seriamente impegnati nel lavoro per il mondo, I principianti devono imparare e parteciparvi, e a questo fine se dedicano molte energie.  I discepoli, in certe fasi, devono rispondere a domande chiare e precise; così scoprono se stessi, il campo di lavoro e la loro personalità nel servizio.

Ecco alcune di tali domande:

  • Qual è l’efficacia del mio lavoro nella sfera d’attività?
  • Qual è l’efficacia del mio pensare e progettare in rapporto al futuro immediato? Un esempio odierno è il piano per la ricos­truzione spirituale ed intelligente.
  • Qual è il risultato frutto del mio lavoro?
  • Il mio lavoro e soddisfacente per l’anima e, quindi, per il Maestro?
  • Sono stato impersonale con i condiscepoli che collaborano con me, qualunque ne sia lo stato spirituale?
  • Ho cooperato in modo amorevole?
  • So riconoscere le limitazioni mie e dei miei condiscepoli, e proce­dere con chi serve con me, senza criticare e in silenzio?
  • So esattamente dove mi trovo?
  • Chi è che posso aiutare?
  • E a chi rivolgermi per esempio, aiuto e comprensione?

 

Il discepolo deve saper riconoscere quella che occultamente è chiamata “la progressione gerarchica”. Ciò gli consente di situarsi coscientemente dove l’evoluzione e il progresso spirituale lo pongono, e a riconoscere coloro che può assistere, perché ha maggiore esperienza, e coloro cui guardare per aiuto.

E’ una lezione ardua. Il neofito e sempre più presuntuoso del discepolo sperimentato. Essere discepolo non significa che tutti i membri dell’ashram sono dello stesso livello evolutivo. L’ashram è composto di discepoli di tutti i gradi: dal principiante che muove i primi passi sull’arduo sentiero dell’insegnamento, fino al discepolo che e maestro di saggezza. La progressione gerarchica merita attenta considerazione. Ricordate la legge secondo cui “si cresce per mezzo dei riconoscimenti”. Un ricono­scimento quando è un aspetto o parte di un più grande tutto, è il seme di una mag5iore espansione di coscienza. L’espansione di coscienza quando è stabilizzata, si ha un’affermazione di grande importanza.

Il contatto con discepoli, iniziati e maestri, ha sempre degli effetti evocativi. Il potere che da loro normalmente emana ha un duplice effetto. Trae fuori il meglio ed evoca il peggio nel presentare le situazioni che il discepolo deve affronta. Ogni dis­cepolo è in qualche misura un punto focale di potere. Più egli è progredito, maggiore è la forza o energia che irradia; ciò pro­voca necessariamente delle situazioni che il discepolo meno avanzato deve saper controllare. Egli non fa mai questo volontariamente. La teoria (così prevalente tra gli occultisti) che l’istruttore o un discepolo avanzato debbano graduare le situa— le situazioni secondo lo sviluppo dell’allievo contraria alla legge occulta, quindi al momento in cui entrate nella sfera d’irradiazione di un Maestro o di un discepolo avanzato, gli even­ti precipitano nella vostra vita. L’irradiazione è effettiva qua­ndo giustamente ricevuta, percepita e coscientemente usata per operare i cambiamenti necessari. Alla fine, quando la vibrazione del discepolo e costante e responsiva a quella del Sè superiore, le due si sintonizzano. È questa sintonizzazione che caratterizza tutti gli iniziati e rivela all’iniziato d’ordine superiore quan­do un iniziato o un discepolo d’ordine minore può essere ammesso ai gradi superiori. La sintonia è la chiave dell’iniziazione

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